Fake Food: mercato in crescita, soprattutto in Oriente La riproduzione del cibo diventa un business molto remunerativo per gli artigiani giapponesi

January 20, 2019

Trovandomi per un viaggio di lavoro ad Hong Kong ho notato che i ristoranti, principalmente quelli collocati all’interno dei centri commerciali, non  presentavano le pietanze solo sul menù, ma esponevano la loro rappresentazione 3D. Devo dire che l’effetto era interessante, a prima vista ero convinta che fossero veri, ti davano un’idea “precisa” di quello che avresti trovato nel piatto e ti aiutavano nella scelta.  Visivamente più piacevoli della foto  e non davano una sensazione di trasandatezza.

Solo dopo ho scoperto che, dietro a quel “fake-food,” c’è un business (considerando solo il Giappone) di più di 90 milioni di dollari.

Il cibo 3D viene prodotto  a  mano da piccole aziende artigiane. Il materiale utilizzato è il PVC  che viene colato all’interno di  stampi in silicone, fatti a partire dagli alimenti veri e propri.

I pezzi estratti dagli stampi vengono colorati a mano, con un’attenzione estrema ad ogni sfumatura e dettaglio. Vengono poi assemblati (nel caso di piatti composti), sottoposti ad ulteriori ritocchi e trattati con una vernice protettiva.

Gran parte del personale impiegato è costituito da casalinghe, senza esperienza ma con una sensibilità particolare nel riprodurre i dettagli, maneggiando abitualmente i prodotti che devono imitare. 

Il fake-food ha un costo 10 volte maggiore dell’originale e appare per la prima volta negli anni ’20 del secolo scorso.

Originariamente veniva utilizzata paraffina, ma venne sostituita in seguito con PVC, risolvendo i problemi legati alla sensibilità al calore ed alla luce.

 

 

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